La collaborazione sta cambiando la ricerca scientifica. Ma quest’ultima se n’è accorta?

18 aprile, 2012 1 comment

Il 4 ottobre 2011 l’Accademia svedese per le scienze Iha assegnato il Premio Nobel per la Fisica a tre scienziati, Saul Perlmutter, Adam Riess e Brian Schmidt, per la scoperta dell’espansione accelerata dell’universo attraverso l’osservazione dell’esplosione di stelle (le supernovae). Sir Martin Rees, un famoso astrofisico inglese, ha commentato la decisione, sottolineando l’ingiustizia di assegnare il Premio, secondo i vincoli posti dalla sua natura, ad alcuni individui piuttosto che a tutti i membri dei gruppi di lavoro, in questo caso due gruppi distinti, che hanno lavorato alla ricerca.

La collaborazione su vasta scala e le relazioni sottostanti, che rendono possibile la collaborazione, stanno cambiando la scienza.

E’ questa la tesi di Michael Nielsen, autore di Reinventing discovery, studioso di “quantum computing”, una disciplina in forte crescita, frutto della contaminazione tra teoria dell’informazione e fisica quantistica, e paladino della open science.

Il libro si avvia raccontando l’esperienza di Tim Gowers, un matematico di Cambridge, il quale nel gennaio 2009 ha lanciato sul suo blog un curioso esperimento sociale (il “Polymath Project”), proponendo un algoritmo irrisolto con richiesta di collaborazione. Egli ha ricevuto nel giro di alcune settimane oltre 800 proposte di soluzioni convincenti, che gli hanno consentito di risolvere il problema.

La prima parte del volume descrive le potenzialità della cosiddetta intelligenza collettiva che genera e facilita la collaborazione nella produzione di contributi scientifici, grazie soprattutto alla diffusione dei social network, visti sia come supporto tecnico sia come nuova filosofia di comunicazione. 

Nella seconda parte vengono poste le basi della networked science, prodotta appunto dalla collaborazione di studiosi, che creano – da zero – relazioni bilaterali e multilaterali, attivate pro tempore e finalizzate alla soluzione di problemi specifici, anche in contesti privi di regole formali e di legami organizzativi predefiniti.

Un libro davvero interessante, grazie anche allo stile di scrittura coinvolgente dell’autore con ampio ricorso ad analisi di casi ed esperienze concrete, che mette in evidenza il forte contrasto tra l’attuale sistema del sapere scientifico, basato sulla tutela della proprietà intellettuale e sulla diffusa presenza di archivi privati con accesso a pagamento (dove si stima sia custodito oggi il 90% degli articoli scientifici), ed il concetto di “open science”, enfatizzato e propugnato da Nielsen.

C’è da chiedersi se l’imperativo “publish or perish”, che sottende spesso una competizione individuale nel mondo accademico per opportunità di carriera e per risorse tecniche, umane e finanziarie, sia coerente con il futuro della ricerca e quali nuove strade percorrere per valorizzare forme di collaborazione in grado di spostare avanti la frontiera della conoscenza nelle varie discipline scientifiche. Un dibattito analogo si sta riaprendo nel campo della valutazione delle attività didattiche (si veda ad esempio il numero di giugno 2011 di Science Magazine, che ospita un intervento di Deborah Stipek, dean della Stanford University School of Education, dal titolo “Education is not a race”).

Secondo Elinor Ostrom, premio Nobel per l’economia 2009, la conoscenza deve essere intesa come bene comune: il “vero capitale è costituito dalle persone e dalla loro qualità, fatta di esperienza, impegno, idee e modalità relazionali”. E come diceva già nel 2006 Daniel Goleman, grande divulgatore delle neuroscienze, “noi siamo programmati per connetterci”. 

Michael Nielsen, Reinventing discovery: the new era of networked science, Princeton University Press, Princeton, 2011 (ISBN 978-0-691-14890-8) 

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