Anche i famigliari del bancarottiere scontano la loro pena

Tagliavini 14 novembre, 2012 0 comments

di Roberto Ruozi

I grandi fallimenti bancari e le colossali truffe finanziarie degli ultimi anni hanno avuto pesanti conseguenze sui relativi responsabili. Licenziamenti, richieste di danni, reclusioni, suicidi e via dicendo. Le reazioni dell’opinione pubblica, in particolare di fronte alla reclusione dei colpevoli, sono state generalmente favorevoli: si è ritenuto giusto che persone, le quali, per beneficiare se stesse, hanno causato danni pesanti agli stakeholder delle loro banche o società finanziarie, paghino la loro condotta sconsiderata. Fra i tanti stakeholder vengono di solito inclusi i clienti (specie i risparmiatori), i dipendenti e gli azionisti. Non mi risulta siano mai stati presi in considerazione i loro familiari. Eppure, in moltissimi casi essi hanno vissuto momenti drammatici, subendo traumi non facilmente superabili.

Il problema non è nuovo ed è stato analizzato in modo magistrale dal grande drammaturgo norvegese Henrik Ibsen nell’opera da lui scritta nel 1896 e andata in scena in questi giorni al Teatro Grassi di Milano intitolata «John Gabriel Borkman». Era questi un banchiere i cui errati investimenti, specie nel settore minerario, lasciarono sul lastrico migliaia di risparmiatori. Ibsen non si preoccupa di costoro, ma analizza ciò che i 3 anni di carcere preventivo, i 5 anni di reclusione scontati e i successivi 8 anni passati in completo isolamento nella casa che era di sua proprietà e che venne acquistata dalla cognata hanno prodotto sulla reputazione dei suoi familiari, sui rapporti con la moglie e con il figlio, con la cognata che si prese cura del figlio quasi dimenticato dalla moglie e così via. Il dramma si conclude con un gesto che potrebbe essere definito folle del nostro banchiere. Dopo l’ennesimo diverbio familiare egli esce di casa sotto una tempesta di neve nella quale viene afferrato da ciò che la sua mente immagina essere una mano di ferro, una morsa che lo uccide.

Il teatro è finzione, ma nel nostro caso, come del resto quasi sempre accade, può insegnare tantissimo. Massimo Popolizio, splendido interprete del dramma, ci coinvolge intensamente e ci fa sprofondare in una tragedia che può accadere più frequentemente di quanto non si immagini e che viene invece trascurata. Anche i grandi truffatori hanno un’anima e certamente ce l’hanno i loro familiari che, non avendone assecondato le avventure, non  dovrebbero pagare colpe non loro.

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