Le due facce del debito

Tagliavini 17 agosto, 2012 0 comments

 

di Paolo Biffis, dal suo blog Two faces of Debt

Debito è un termine che descrive diverse situazioni di estrema complessità le cui radici affondano nelle civiltà mesopotamiche, cinesi e indiane. Le situazioni più drammatiche si realizzano in presenza delle ricorrenti ‘crisi del debito’, quando cioè i debitori non sono più in grado di onorare gli impegni: schiavitù, servitù della gleba, asservimento al creditore, violenze di vario genere, giubilei, ecc. sono alcune delle risposte che sono state date alle crisi nel corso dei millenni (D. Graeber, Debito, Il Saggiatore 2012).

Oggi i debiti sono rappresentati da contratti dematerializzzati, che si rinnovano sistematicamente senza soluzione di continuità; sono prodotti da specialisti che si avvalgono di studi quantitativi applicati all’economia e alla finanza; sono testati da elaboratori elettronici in grado di gestire e combinare migliaia di dati e di variabili stocastiche con livelli di probabilità ritenuti accettabili; sono distribuiti nel mercato dell’ignaro avido pubblico da venditori altrettanto ignari dei prodotti offerti.

Tutti sperano che il mondo regga questa montagna di promesse di pagamento la quale, se non inducesse a foschi presagi, potrebbe far parte delle avventure di Panurge quando chiede lumi all’oracolo della Divina Bottiglia per risolvere i suoi problemi (F. Rabelais, Gargantua et Pantagruel, Libro Terzo, circa 1536).

Forse oggi, come mai prima d’ora, la scissione fra economia reale ed economia finanziaria è vacua se non altro perché la prima viene misurata dalla seconda, e in particolare dalla moneta che altro non è che un debito della banca centrale

“… qualunque teoria che separi ciò che gli economisti usano chiamare l’economia reale dal sistema finanziario può soltanto fuorviare e fornire una testimonianza falsa di come funziona il mondo.” H.P. Minsky, Potrebbe ripetersi? Instabilità e finanza dopo la crisi del ’29, Prefazione, Einaudi, Torino 1984, p. XIX.

“L’insegnamento centrale di Keynes, come viene da tutti ricordato, è che l’economia capitalistica va studiata come insieme di flussi monetari. Ma l’interpretazione dominante della scuola keynesiana a partire dalla famosa lettura che Hcks diede all’indomani della pubblicazione della Teoria generale, introduce la moneta soltanto per un aspetto, che è quello della domanda di scorte liquide che ogni operatore formula accanto alla domando di ogni altro bene. [...] Ma questo non è certamente l’unico modo di presentarsi della moneta nel processo economico; nella moderna economia capitalistica, la funzione svolta dalla moneta come mezzo di finanziamento dell’attività produttiva è almeno altrettanto importante.” A. Graziani, La teoria delle crisi finanziarie di H. Minsky, Ibidem.

La crisi dei mutui subprime iniziata negli USA alla fine dell’estate 2007, si è ripercossa con violenza in Europa a partire dalla fine dell’estate 2008 con il fallimento Lehman Brothers. Le incerte successive attese furono alla base dell’iniziativa di aprire questo canale per cercare di capire cosa stesse accadendo, quali provvedimenti i Governi, le Autorità di vigilanza e le singole banche stessero prendendo per affrontare e superare una crisi considerata epocale.

All’inizio del 2012, la crisi sembra ancora profonda, non si intravede l’uscita dal tunnel, viene posta in discussione perfino la prosecuzione dell’Eurozona: le manovre monetarie non hanno dato ancora gli esiti sperati, gli accordi di Basilea sono stati revisionati a fondo (Basilea3), nuove autorità amministrative indipendenti sono sate attivate (EBA), i principi contabili internazionali vengono affinati (IAS/IFRS) ma sembra prevalere l’opinione che gli Stati non siamo in grado di governare l’economia quasi si trattasse di un fenomeno naturale.

Qualsiasi iniziativa venga assunta per superare la crisi non può non tenere conto che i debiti sono medaglie con due facce: quella del debitore e quella del creditore. Il debitore tiene conto del debito contratto scrivendo nel passivo del proprio bilancio il suo valore nominale accresciuto degli interessi maturati. Il creditore, invece, tiene conto del proprio credito scrivendo all’attivo del proprio bilancio il suo valore di presunto realizzo. La differenza fra i due valori è il premio al rischio che il creditore deve pagare a chi si indebita.

Anche gli strumenti di finanza strutturata sono fondati su questa semplice realtà, anche se tendono ad offuscarla.

Senza trascurare il fatto che la moneta è pure essa un debito: un debito della banca centrale che circola in forza di legge.

Il titolo del mio blog deriva dall’analogo titolo di un opuscolo pubblicato nel 1953 dalla Federal Reserve Bank di Chicago col titolo ‘Debt – Jekyll and Hyde’, revisionato nel 62, nel 68 e nel 72 da Doroty M. Nichols e da Gary L. Alford. A suo tempo l’opuscolo mi colpì molto, tanto da averlo conservato fino ad oggi.

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