Gestione aziendale ad ampio raggio

Tagliavini 16 settembre, 2013 0 comments

Alessandro Carretta, Sole 24 Ore 16 settembre 2013

Quante volte, di fronte a un ospedale poco accogliente, a un museo chiuso, a una fondazione poco attiva, abbiamo pensato o sentito dire: «certo, se fosse gestito come un’azienda…».

Ma davvero l’applicazione dei principi dell’economia aziendale può fare la differenza? E nelle imprese private questi principi vengono correttamente applicati? In sostanza l’economia aziendale, intesa come l’insieme delle discipline relative alla produzione, distribuzione e consumo, alle relazioni con i mercati, all’organizzazione delle risorse e delle persone, alla rilevazione del valore prodotto ed alla sua distribuzione tra le diverse categorie di stakeholders, può essere decisiva per la crescita del sistema economico? E la finanza – come si chiede Robert Shiller in un suo recente lavoro molto discusso (Finance and the good society, Princeton University Press) – può essere al servizio dell’economia e promuoverne un “giusto” sviluppo? 

Oltre 500 economisti aziendali provenienti da tutto il mondo si trovano in questi giorni a Lecce, per celebrare il bicentenario dell’Accademia italiana di Economia aziendale, nata a Bologna nel 1813, e per rispondere a questi interrogativi.

A giudicare dalle centinaia di ricerche presentate su questo argomento, i risultati sembrano incoraggianti, anche se non scontati. Certamente, come dimostrano sia studi teorici che esperienze già concretamente avviate, l’applicazione di sani principi di gestione aziendale può migliorare in modo significativo il funzionamento delle organizzazioni, anche nell’ambito di contesti quali la sanità, la scuola e l’università, la gestione del patrimonio culturale, introducendo criteri e tecniche già in uso nel settore privato (si pensi ad esempio alla misurazione delle performances nelle amministrazioni pubbliche, ai processi organizzativi nella sanità, alla governance dei beni culturali). 

Ma una sfida forse ancora più stimolante riguarda le imprese. In un sistema economico come quello italiano, fatto per lo più da imprese di piccole dimensioni, il ricorso a buone pratiche di economia aziendale non è scontato. In altre parole esiste un gap ancora significativo tra teorie economico-aziendali e mondo “reale”, che deve essere colmato sia accrescendo la cultura manageriale delle nostre imprese, non sempre propense al cambiamento e comunque in genere sospettose verso una conoscenza che viene da “fuori” e la cui validità è tutta da dimostrare, sia incrementando la rilevanza delle ricerche di economia aziendale, che spesso producono risultati validi solo in microcontesti, non generalizzabili e replicabili altrove.

Su questo fronte anche il sistema universitario ha le sue responsabilità, in virtù della scarse enfasi e risorse dedicate alla ricerca, oggi nuovamente al centro (non sempre in modo lucido) dell’attenzione e della difficoltà del quadro economico e istituzionale di riferimento. È necessario poi procedere verso una convergenza dei sistemi di valutazione dell’Università, sui fronti della didattica e della ricerca, in Italia e in Europa? E come incrementare la presenza di ricercatori italiani nel panorama delle pubblicazioni scientifiche internazionali? Anche su questi temi stanno lavorando gli economisti aziendali italiani, che devono contribuire a rendere virtuoso un equilibrio difficile tra una formidabile tradizione storica, che non ha eguali nelle scienze economiche, e il futuro che sarà sempre più caratterizzato da una indispensabile frequentazione di network internazionali di ricerca con i quali condividere la nuova conoscenza e i modi per raggiungerla. I dottorati di ricerca possono essere leva di sviluppo e innovazione, ora anche grazie alle interazioni possibili con il mondo delle imprese.

E la finanza? Come si dimostra ogni giorno la contrapposizione tra banche e imprese non regge più. Le banche sono anche loro imprese, anche se con alcune caratteristiche particolari, e come tali debbono essere considerate e giudicate. Anche in questo caso, i guai nascono spesso dall’allontanamento delle gestioni bancarie da sani principi di economia aziendale, che la regolamentazione cerca di replicare non sempre con successo. 

Il ruolo delle banche a supporto dell’economia in tempo di crisi è al centro del dibattito ma una migliore comprensione dei rischi dei finanziamenti “aiuta” anche le imprese perché può costituire un fattore di apprendimento che contribuisce a migliorare l’equilibrio gestionale. Certo l’attenzione al governo dei rischi non può essere abbandonata ma deve essere accompagnata da una maggiore consapevolezza su come i rischi vengono percepiti e valutati all’interno dell’organizzazione bancaria. In altre parole studiare la cultura del rischio può rivelarsi altrettanto importante che non raffinarne i modelli di analisi quantitativa.
Nella prospettiva dell’Unione bancaria, rafforzata proprio in questi giorni da un’importante decisione del Parlamento europeo, l’efficienza delle banche nel confronto internazionale può diventare decisiva. E perché si avveri che “better laws = better performance”, è necessario anche che gli stili di supervisione attualmente adottati dagli organismi di vigilanza dei paesi europei, attualmente caratterizzati da approcci e tecniche anche molte differenti, trovino convergenza nella single supervision che attende le banche europee.
I principi di “sana e prudente gestione” devono valere anche per il regolatore europeo.
La crescita dell’Italia e dell’Europa passa certamente anche attraverso il progresso dell’economia aziendale e un suo maggiore radicamento nel mondo delle imprese e delle istituzioni.

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