Giornata di studi dedicata a Paolo Mottura – 5 novembre 2012

Tagliavini 28 marzo, 2013 0 comments

di Giancarlo Forestieri

Con Paolo ho avuto il privilegio di un lungo percorso  comune; praticamente un’intera vita professionale: dagli anni dell’Università di Parma,  poi come componenti della Facoltà qui in Bocconi, passando attraverso la SDA e il Newfin (ora Carefin).

Ci sono stati temi di ricerca su cui abbiamo lavorato insieme e siamo stati coautori o su cui ci siamo confrontati da vicino. Quello delle strategie bancarie è certamente uno di questi. E’ un tema centrale nel lavoro di Paolo, molto più di quanto lo sia stato per me. L’impatto della  crisi finanziaria è una delle  tappe più recenti;  in questa prospettiva, il paradigma ‘ambiente-strategia-struttura’ viene riesaminato per verificarne la tenuta di fronte alle radicali trasformazioni degli ultimi anni.

E’ su questi aspetti che mi soffermerò brevemente. I punti che voglio considerare in particolare sono i seguenti:

1)      La trasformazione  della finanza,

2)      Le riforme attuate e in corso di discussione,

3)      I gap di equilibrio economico e finanziario che le banche devono recuperare,

4)      Le ipotesi per ristabilire un assetto sostenibile delle banche.

1. La trasformazione della finanza

E’ noto che per un arco di tempo piuttosto lungo –almeno a partire dagli anni 60 del secolo scorso– il legame tra finanza ed economia reale è stato rappresentato nella letteratura  come un rapporto funzionale: la finanza (gli indicatori dello sviluppo finanziario)  ha un ruolo causale e positivo nei confronti delle grandezze che misurano  lo sviluppo economico.

Il caso è riassunto in modo efficace nel titolo di un paper del FMI (Arcand et al., Too much finance?)  e nelle valutazioni espresse  in sede BRI  basate sulla stima di una relazione a U rovesciata: oltre un certo livello di sviluppo finanziario la relazione con lo sviluppo reale diventa negativa. Un eccesso di finanza rappresenta quindi un vincolo per l’economia reale.

L’eccesso di finanza trova espressione quantitativa  nella straordinaria crescita dell’incidenza del valore aggiunto del settore rispetto al GDP di paesi come Stati Uniti (da 2% a oltre 8% dal primo dopoguerra al 2010)  e Gran Bretagna (da 5% a oltre il 9% dal 1970 al 2008).

In termini qualitativi, prende peso la tesi di una separazione tra ‘finanza buona’ e ‘finanza cattiva’  proposta da Adair Turner (socially useless finance, p. 27, cioè che non crea valore a livello collettivo). La maggiore quota alla formazione del GDP, con minore utilizzo di lavoro e capitale, non è stato il risultato di uno straordinario incremento di produttività, ma conseguenza della accumulazione di una enorme quantità di rischio.

2. Le riforme attuate e in discussione

La lezione della crisi ha stimolato un articolato percorso di riforme della attività finanziaria e bancaria, sia a livello internazionale che in sede nazionale. E’ inevitabile che esse producano  la necessità di una riflessione profonda sulla adeguatezza delle attuali strutture operative delle banche e dei relativi modelli di business. I punti su cui soffermarsi in particolare sono: l’impatto di Basilea III, la semplificazione dei modelli strategici e organizzativi delle banche e le proposte di recovery e resolution plan (RRP).

2.1 Basilea III: i nuovi schemi di gestione del capitale proprio e della liquidità; i vincoli alla crescita dei volumi intermediati; i disincentivi alla dimensione e alla complessità.   Il rafforzamento della solvibilità delle banche  viene perseguito operando su tutte le leve disponibili: i coefficienti di copertura; i criteri di ponderazione per il rischio, a svantaggio delle componenti finanziarie; la qualità del capitale; i vincoli alla crescita dei volumi;  i meccanismi anti-ciclici.

La maggiore e più qualificata capitalizzazione fa sorgere il classico trade-off:  è funzionale alla formazione di un requisito di stabilità significativamente più robusto; nello stesso tempo, si traduce in un costo incrementale della intermediazione e in un onere da diluizione per gli azionisti.  Nasce un conflitto, almeno nel breve periodo, tra la ricerca di valore degli azionisti e l’interesse pubblico a rafforzare la stabilità e la sicurezza del sistema bancario.

L’imposizione di vincoli di liquidità e di equilibrio finanziario, a sua volta,  risponde all’esigenza di contrastare l’eccesso di trasformazione delle scadenze e di porre un limite all’aggressività delle politiche di  liability management da parte delle banche. Politiche che si sono rivelate compatibili solo con un funding illimitato  sul mercato monetario all’ingrosso.

2.2  La semplificazione dei modelli strategici e organizzativi delle banche: la Commissione Vickers in GB; il Rapporto Liikanen  nell’UE; il Dodd Frank Act negli USA.  Se è vero che la crisi ha fatto emergere una sovrastruttura finanziaria fatta di ‘finanza per la finanza’, uno degli interventi  necessari dovrebbe essere rivolto al ridimensionamento dell’eccesso di finanza, ponendo limiti a quella parte definita ‘inutile dal punto di vista sociale’. 

L’idea che emerge dalle proposte di riforma è quella –semplificando- di un ritorno a qualche forma di specializzazione bancaria; che si possa cioè separare le aree di business (retail, commercial, investment banking) per isolare la parte buona dei servizi finanziari da  quella cattiva. Ci si domanda allora se è possibile che le riforme definiscano regole idonee a ristabilire il ruolo della finanza come  strumento dell’economia reale.

In realtà le cose sono forse  un po’ più complicate, anche se è vero che il banking tradizionale è di norma basato su un business model meno rischioso, rispetto a quello dell’investment banking e che la componente ‘non-interest’ dei ricavi è di norma molto più volatile,  soprattutto se associata al proprietary trading. Dove tracciare la linea di confine?

2.3  Verso l’abbandono del sostegno pubblico alle banche in crisi? La proposta sul Recovery and Resolution Plan (RRP).  Una parte importante delle riforme in discussione è quella relativa al sostegno  pubblico alle banche in crisi. La messa punto di un sistema credibile ed efficace di ristrutturazione e liquidazione delle banche in crisi è la premessa necessaria a questo passo.  Il sostegno pubblico genera propensione all’azzardo morale e distorsioni concorrenziali.

A fine 2011, secondo le analisi della BRI, le garanzie esplicite o implicite hanno ridotto  gli spread delle obbligazioni bancarie in misura significativa (da 1 a 2 punti percentuali). Analogo effetto si osserva sul costo del capitale azionario e sul costo dei depositi protetti da meccanismi di assicurazione.  La eliminazione di questa anomalia appare indispensabile per ristabilire una disciplina di mercato più forte, forzando le banche stesse a seguire comportamenti allineati alla propria intrinseca capacità di sostenere i rischi.

3. Il gap di equilibrio economico e finanziario da recuperare

In assenza di azioni di riequilibrio e di mitigazione, la nuova regolamentazione introdotta deprime in modo consistente le performance reddituali delle banche. I livelli attuali di ROE sono già al disotto del costo del capitale, giustificando in tal modo un valore di mercato largamente inferiore al valore di libro del capitale proprio. L’ulteriore  diminuzione del ROE rispetto ai livelli pre-riforme pesa dal 30% al 50% a seconda dei mercati europei.

Le banche in generale, ma quelle europee in particolare, affrontano la crisi finanziaria con un assetto finanziario e di liquidità vulnerabile. Il rapporto Prestiti/Depositi è intorno a 130 (tra 80 e 90 negli Stati Uniti e in Giappone e ridotto a 75 nel 2011) e  segnala l’inadeguata copertura dell’attivo immobilizzato. Il rapporto di copertura stabile è al di sotto di 60, rispetto a oltre 70 negli USA e in J.

Il punto è rilevante nella misura in cui, come si è osservato nella crisi, non è affatto vero che la liquidità ‘segue’ la solvibilità’. In un contesto caratterizzato da opacità e interconnessione, le crisi di liquidità scoppiano a dispetto della buona qualità degli attivi. Gli smobilizzi ‘forzati’ alimentano, attraverso il fair value, la ricorsa tra minusvalenze sugli asset e abbattimento della capitalizzazione.

Sulla base del monitoraggio della BRI sull’attuazione di Basilea III (giugno 2011), una buona metà delle banche considerate evidenzia ha una significativa carenza di liquidità; complessivamente tale gap viene quantificato  da 1,76 a 2,78 trilioni di $, il che significa o conversione di immobilizzi in attività liquide o aumento del funding stabile.  Entrambe le ipotesi hanno implicazioni per l’economia (minore offerta di credito) e impatto rilevante sui mercati finanziari, anche alla luce del ricorso crescente all’emissione di bond garantiti dall’attivo (20%) e al conseguente spiazzamento del debito non garantito. 

4. Le ipotesi per ristabilire un assetto sostenibile delle banche

In estrema sintesi, una delle lezioni della crisi è che le banche devono rivisitare il loro modello di business. La ricerca di un flusso di profitti dovrà essere sostenibile nell’orizzonte lungo e basato, meno sull’assunzione di rischi e sulla trasformazione delle scadenze, di più sul consolidamento della fiducia e su nuovi standard di efficienza operativa.  

4.1 Ricapitalizzazione e recupero di fiducia. 

I nuovi termini di adeguatezza del capitale stabiliti da Basilea III e l’applicazione rafforzata che ne viene fatta dalle autorità di vigilanza, tra cui l’EBA, fissano  obiettivi di capitalizzazione molto selettivi. Questi obiettivi sono stati, talvolta,  messi in discussione, assumendo che essi comportino un maggior costo dell’intermediazione e uno svantaggio per gli azionisti. E non c’è dubbio  che se le azioni di riequilibrio si concentrano solo sul margine di interesse il risultato sarà in quella direzione.

La considerazione da fare a questo punto è che il settore bancario ha leve alternative su cui operare: la prima è quella della razionalizzazione dei costi di struttura, la seconda è quella del recupero di reputazione e di fiducia. E’ su questo seconda aspetto che vorrei soffermarmi.

La fiducia nelle banche non ha mai toccato, forse, livelli così bassi. Nello stesso tempo, le aspettative di servizio dei consumatori sono divenute più selettive.  La percezione diffusa  di un sistema non allineato agli interessi dell’economia e di una esposizione al rischio non trasparente ha un costo diretto in termini di premio al rischio e quindi di costo del capitale.   Le misure adottate per rinforzare la quantità e la qualità del capitale proprio a disposizione delle banche hanno vantaggi diretti in termini di copertura dei rischi e indiretti sotto forma di maggiore fiducia da parte del mercato.

E’ vero cioè che la  nuova regolamentazione di Basilea III comporta effetti significativi  sulla scarsità e sul costo del capitale azionario, costo destinato ad essere trasferito ai prenditori di credito (maggiore costo del debito) e ai datori di fondi (minore rendimento degli investimenti). Ne deriverebbe così un impatto negativo sull’economia reale per il rialzo del costo del credito e/o per il minore incentivo all’accumulazione di risparmio.

Tuttavia, è proprio l’interdipendenza tra capitalizzazione, fiducia e premio al rischio azionario  a rendere questa conclusione parziale: l’effetto finale sarà dato in realtà dalla compensazione tra il costo della maggiore allocazione di capitale per i rischi assunti e il minore costo del capitale determinato dal premio al rischio più basso a fronte del rafforzamento della solvibilità e del recupero di fiducia.

Analogamente, si può ragionare sull’obiezione che una maggiore capitalizzazione comporta una diluizione economica per gli azionisti, determinando così una perdita di valore azionario e un ulteriore vincolo alla capacità di ricorso al mercato.

In realtà, il valore di mercato delle azioni (rispetto al valore di libro) dipende dal rapporto tra il ROE e il costo del capitale. Dopo una ricapitalizzazione, il rapporto in questione, in prima istanza, si abbassa  per la riduzione del numeratore (minore ROE unitario), generando un effetto depressivo sul prezzo delle azioni.  C’è tuttavia da considerare che se la ricapitalizzazione si traduce in maggiore fiducia, data dalla percezione di un rischio di insolvenza più basso, ne dovrebbe derivare anche una riduzione del premio al rischio e quindi una aspettativa di rendimento più bassa da parte degli investitori.

4.2 Come può cambiare il modello organizzativo-operativo delle banche.

I costi di struttura e le performance. Lo scenario di mercato post-crisi obbliga ad un riassetto organizzativo e operativo e ad una conseguente revisione dei costi di struttura; i livelli attuali sono difficilmente sostenibili, per quanto le banche della zona  euro abbiano guadagnato posizioni, in termini di cost/income,  rispetto a quelle americane e del resto d’Europa. E’ vero però che la struttura è rigida, riflette negativamente la ciclicità dei ricavi e si amplifica in termini di RoE (maggiore volatilità per livelli più alti di cost-income).

Secondo valutazioni fatte nell’ambito del Comitato di Basilea, una riduzione del 4% nei costi operativi, mediamente si può tradurre in un aumento del 2% del ROE (Caruana, 2012, p. 6).

In un mercato prevalentemente retail, un passo significativo sulla via del recupero è connesso alla razionalizzazione dei sistemi distributivi. In Europa, lo spostamento di peso verso  i canali non tradizionali è in atto da tempo e l’evidenza è data dal ridimensionamento delle reti di sportelli avviato da almeno una decina di anni. Solo per esemplificare, in una analisi di scenario al 2015, nell’area della vendita  dei servizi elementari, il ‘branch only’ è atteso ridursi dal 40% al 5% e il multichannel dal 50% al 25%; per contro il digitale è atteso aumentare dal 10% al 70%. Nell’area dei servizi complessi, è sempre significativa la riduzione del ‘branch only’ (da 50% a 10%); aumenta il multichannel (da 45% a 70%), come il digitale (da 5% a 20%). Quasi totalmente sui canali digitali la parte ‘transazioni’ e ‘richiesta di informazioni’.

Naturalmente a tutto questo fa da riscontro un ridimensionamento delle reti di sportelli (-26%), degli addetti per sportello e uno sviluppo drastico dei canali digitali e dei call center. Nel caso italiano questo passaggio è in ritardo; si combina quindi l’esigenza di uno sforzo maggiore (in termini di investimenti, di sviluppo organizzativo-operativo, di adattamento culturale) con l’opportunità di un impatto più forte in termini economici.

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