I docenti universitari nel consiglio di amministrazione delle imprese

Tagliavini 28 gennaio, 2013 2 comments

In alcune imprese, il consiglio di amministrazione (Cda) riceve dagli azionisti il compito di gestire gli affari correnti e straordinari nel loro interesse. Si tratta, in particolare quando gli azionisti sono in numero limitato, di un mandato molto vincolato. Le operazioni di primario rilievo sono decise direttamente dagli azionisti e attuate in seguito dal Cda. In queste imprese i consiglieri hanno un ruolo non particolarmente complesso. E’ necessaria la presenza di persone di fiducia, buoni esecutori, con precise competenze legali e commercialistiche. Il Cda in definitiva aggiunge poco rispetto all’alternativa dell’amministratore unico. La formula del Cda aggiunge, nei riguardi dei terzi, una più articolata funzione di garanzia. I componenti del Cda sono individuati in questo caso, oltre che per le caratteristiche sopra indicate, anche per la loro riconoscibilità dall’esterno, per la loro rettitudine.

In altre imprese, con struttura proprietaria più articolata, i componenti del Cda hanno anche il compito di rappresentare gli azionisti che specificatamente li hanno espressi. Il Cda è l’organo in cui, in fase attuativa, si definisce il rispetto dei reciproci impegni da parte degli azionisti alleati per la conduzione dell’impresa. In questo caso è necessario che i componenti del Cda siano pure assai accorti e competenti in campo legale e commercialistico.

Poi ci sono le imprese che intendono il Cda in modo “aperto”. Sono imprese che assegnano al Cda il compito di definire la strategia per il futuro, di aprire le opzioni di riflessione per nuovi prodotti, per lo studio di nuovi scenari, per la valutazione delle nuove occasioni tecnologiche. I consiglieri, in questo caso, non hanno il prioritario compito di controllare, di garantire, di eseguire un mandato stretto. Non servono consiglieri con competenze commercialistiche o legali. Non servono figure di rappresentanza. O figure “fedeli”. Servono persone con caratteristiche del tutto diverse. Servono competenze di management, competenze tecnologiche, competenze relazionali circa altri progetti imprenditoriali di carattere analogo. I consiglieri ricevono un mandato ampio, nel senso che a loro viene definito l’obiettivo, non il mezzo. Possono contribuire a realizzare l’obiettivo nel modo più vario. Le decisioni importanti non sono più “eseguite” nel Cda, ma sono definite in quel contesto. Le imprese più dinamiche, più internazionalizzate, più ambiziose si orientano sempre più spesso ad aprire il Cda.

Se è vera la riflessione sopra esposta, ne deriva che la presenza di professori universitari nel Cda delle imprese deve essere inquadrata in modo attento. Nel primo caso descritto, la presenza di docenti universitari nel Cda delle imprese deve essere in linea generale ostacolata, in quanto funzione esecutiva di carattere professionale. Anche nel secondo caso, la presenza di docenti universitari non ha particolare rilievo. Sono compiti che hanno un contenuto lontano con quelli qualificanti di un professore universitario. Nel terzo caso, invece, è assai sensato pensare che gli interlocutori di interesse per la composizione di un Cda “aperto” siano anche i professori universitari. Non certo tutti, ma i professori più attenti, più attivi, più produttivi certamente sono tenuti in conto dalle imprese nel momento della formazione del loro Cda. La presenza di questi professori universitari nel Cda delle imprese non fornisce vantaggi solo all’impresa a cui il Cda si riferisce, ma ha anche retroazioni di grande rilievo per la competenza, la sensibilità, l’efficacia dei professori universitari nel loro proprio contesto.

La ridefinizione dei compiti del Cda delle imprese e la maggiore diffusione del modello di Cda “aperto” richiede che la disciplina sia attentamente gestita e innovata. Le norme su questo tema (anche la recente legge 6 novembre 2012, n. 190 “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione”, in vigore a far tempo dal 28 novembre 2012, che ha apportato, tra l’altro, importanti  modifiche all’art. 53 del D.Lgs. n. 165/2001 – Testo Unico sul Pubblico Impiego – in materia di incompatibilità e di incarichi ai dipendenti pubblici) è assai restrittiva e presuppone che i consiglieri di amministrazione siano personaggi sopra descritti al punto 1 e 2. E’ una normativa che presuppone conveniente avversare la presenza di professori universitari nei Cda delle imprese.

 

E’ un atteggiamento miope. E’ vero che viene probabilmente eliminato qualche incarico che contribuisce solo a distrarre il docente dal suo ruolo proprio. Ma questo vantaggio viene ottenuto contro la perdita di preziose occasioni nel senso sopra descritto. E sono occasioni doppiamente vincenti, win-win. Il punto richiede un equilibrio tra obiettivi che confliggono. Per mirare a una strategia che incoraggi la presenza di docenti universitari nel governo delle imprese è opportuno pensare a norme che impongano che il compenso sia versato in parte a favore dell’Ateneo di appartenenza, su cui si incardina l’attività principale del docente, e/o a un tetto all’impegno complessivo esterno. La normativa attuale sul tempo definito è invece controproducente, in quanto allontana i docenti con ruoli esterni dal governo del proprio Ateneo e scardina il focus del docente dal suo proprio ruolo universitario. E’ di moda portare uomini d’impresa nei ruoli di governo degli Atenei. Ma si dimentica la convenienza del ruolo speculare.

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  • Pierino

    In effetti, in passato, quantomeno in alcune prassi, non è mai stata posta l’alternativa “tempo parziale+Governance nelle imprese” vs “tempo pieno+Governance nell’Ateneo”.

    Un esempio, fra tanti: nel 1988 Mario Monti viene designato come membro del consiglio di amministrazione della Fiat Auto S.p.A. e della Banca Commerciale Italiana; dal 1989 al 1994 lo stesso era Rettore dell’Università Bocconi (fonte:wikipedia). Ipotizzo che tale prassi non sia cambiata (per definizione, appunto, di “prassi”).

    Se le norme attuali fossero state applicate allora (e se una università privata si conforma alle regole della Pubblica Amministrazione, dalla quale trae finanze e persone), delle due l’una: o la FIAT e la COMIT non avrebbero beneficiato del suo apporto di visione strategica e competenza professionale o la Bocconi non avrebbe beneficiato delle sue relazioni e visione internazionale. Al Lettore il compito di dirimere questo dilemma.

  • Francesco Franciosi

    A questo indirizzo si trova il cv del Ministro: http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/ministero/ministro/ministro_cv
    Mi pare di capire che il Ministro prima di essere tale fosse sicuramente Professore ordinario a tempo pieno (lo comprendo sulla base dei ruoli accademici ricoperti). Mi pare anche che avesse incarichi di rilievo in Cda di primissimo livello. Qualcuno riesce a precisare quale norma ha successivamente reso irregolare questa situazione ?