La fine del tunnel è ancora lontana

Tagliavini 27 agosto, 2012 0 comments

Nei giorni scorsi, prima il premier Monti poi il ministro Passera hanno lanciato al Meeting di Rimini segnali di ottimismo sulla situazione italiana. Questi messaggi sono stati rafforzati dalle lusinghiere analisi dell’agenzia di rating Fitch sulla credibilità dell’attuale Governo. Sono, tuttavia, segnali d’incoraggiamento perché, ed è opinione diffusa, la strada per il nostro Paese è ancora in salita. La partita che sta giocando l’Italia è più complessa di quanto sembri e non si tratta solo dell’andamento dello spread e dell’enorme problema del debito pubblico. Come afferma in una recente intervista su la Stampa l’economista Lucrezia Reichlin: “L’Italia è nel bel mezzo di una prolungata, seconda recessione. E forse è l’unico paese, insieme alla Grecia, che non è tornato ai livelli pre-crisi”. E’ in gioco, pertanto, l’intero sistema competitivo del Paese.

Il differenziale con la Germania parte da lontano, la crisi italiana ha origine all’inizio degli anni ‘90. C’è da recuperare molti anni in cui il nostro Paese ha perso terreno. Mentre in Italia si dibatteva sulle ampolle dell’acqua del “dio Po” o sull’inutile Ponte sullo Stretto, Stati come la Germania facevano sul serio e rilanciavano le proprie forze competitive. In particolare con il governo di Gerhard Schroder, la Germania ha riformato e rafforzato il suo “modello Paese” – quello dell’economia sociale di mercato, il cosiddetto “modello renano” architettato nel dopoguerra da Ludwig Erhard e da Alfred Muller Armack- in cui si riesce a coniugare competizione e solidarietà: la moderazione salariale e gli investimenti dell’ultimo decennio hanno permesso un salto impressionante di produttività. Negli ultimi anni le aziende tedesche non solo hanno ottenuto profitti record e conquistato ampie quote di mercato, ma hanno anche continuato ad investire nella ricerca e nell’innovazione. E si sono rafforzate le fondamenta del “patto sociale” tedesco: la Volkswagen, per fare un esempio, ha macinato successi ed utili ma ha anche potenziato gli asili nido per i figli dei suoi dipendenti.

C’è stata, inoltre, in Germania una formidabile osmosi strategica tra visione geopolitica e politica industriale. Mentre negli ultimi anni l’Italia puntava su alleanze ed accordi con Gheddafi (le sue tende a Roma hanno fatto ridere il mondo) la Germania era tutta orientata ad “aprire le porte ad Est”, dove dai Baltici alla Polonia, dalla Repubblica Ceca alla Turchia le aziende teutoniche riposizionavano la catena produttiva e si garantivano accordi stabili per le fonti di approvvigionamento energetico dalla Russia. La Germania poteva coì focalizzare la sua industria sulle esportazioni in Asia. L’intero sistema Paese, dalla diplomazia alle Università, dai politici nazionali a quelli dei Land, tutti hanno sostenuto il made in Germany: il Paese teutonico si è mosso sullo scacchiere della competizione internazionale con un grande “gioco di squadra”, sfruttando consapevolmente i vantaggi dell’euro.

Sappiamo, invece, che tutto ciò non è avvenuto in Italia. Oggi per il nostro Paese è necessario un grande disegno strategico. Occorre ridefinire il “modello”. Ma ci vogliono nuove cabine di regia. Il governo tecnico è stato chiamato per affrontare una grave emergenza, ma per ripensare e rimodulare il Paese ed operare riforme profonde è necessario un ampio consenso politico, un nuovo “patto costituente”. C’è da ridisegnare il sistema competitivo del Paese ed è necessario dare centralità, nell’agenda politica, al rafforzamento del sistema manifatturiero, alla luce anche dei nuovi scenari internazionali e dei pericoli di un rallentamento marcato della crescita asiatica: si pensi all’intenso dibattito che si è aperto in agosto sull’Economist dopo l’intervento “No more growth miracles” (Niente più miracoli di crescita) di Dani Rodrik, professore ad Harvard, che sostiene che ci sono “forti motivazioni per ritenere che una crescita rapida sarà l’eccezione piuttosto che la regola nei prossimi decenni”.

Ma la politica italiana, piena di veleni e divisioni, può esprimere un solido progetto strategico per il Paese? Si può ipotizzare in Italia un grande gioco di squadra? Sono queste le incognite che spaventano economisti molto attenti “ai fondamentali” come Roubini che, per il nostro Paese, vede un dopo-Monti pieno di incognite e con un difficile percorso ad ostacoli per la nostra economia. La Reichlin, nella sua analisi seria ed impietosa, sottolinea come occorra “fare scelte coraggiose che implichino grandi cambiamenti su come funziona la nostra società”. E’ questa la grande sfida che l’Italia ha di fronte.

Giovanni Fracasso, Dottorato di ricerca, Università degli Studi di Parma

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