La vocazione del leader d’impresa

Tagliavini 2 aprile, 2013 0 comments

Leader impresa coverLorenzo Caprio, Professore di Finanza Aziendale, Università Cattolica del Sacro Cuore

Il Pontifico Consiglio della Giustizia e della Pace è un organismo della Chiesa Cattolica istituito presso la Santa Sede nel 1967 a seguito del Concilio Vaticano II, i cui membri sono nominati dal Santo Padre, e il cui compito è la promozione della Giustizia, della Pace e dei Diritti umani secondo il Vangelo e la dottrina sociale cattolica. Come si può leggere sul suo sito web (http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/justpeace/index_it.htm ) “Compito prioritario del Pontificio Consiglio è lo studio in vista dell’azione.”

 Si tratta quindi di una voce di rilievo tra quelle che nella società contemporanea esprimono orientamenti e spunti di riflessione sul modello di sistema economico in cui operiamo, su come esso è, e su come potrebbe e dovrebbe essere con lo sforzo comune della vasta platea di soggetti interessati.

È pertanto significativo per il cultore di etica dell’impresa, e di economia aziendale in generale, che il tema dell’imprenditore, della sua responsabilità e del suo ruolo cruciale nella società, sia stato oggetto di una specifica riflessione da parte del Consiglio, il cui esito è confluito nel documento “La vocazione del leader d’impresa – una riflessione”.

Il documento offre spunti di riflessione su due piani: indicazioni che toccheranno direttamente – perché sono a lui rivolte specificamente – chi si occupa di tematiche d’impresa essendo credente; e suggerimenti che hanno un significato ulteriore, in quanto si propongono come punto di raccordo tra le sensibilità etiche di persone di buona volontà, credenti o non credenti.

Come lecito attendersi, il documento sottolinea fortemente l’impossibilità di ridurre l’impresa a una pura “scatola nera” produttrice di profitti, e ne propugna invece la visione di istituzione multidimensionale verso la quale convergono i bisogni e le aspettative delle diverse categorie di stakeholders.

Senza la pretesa di riassumere in poche righe i contenuti del documento, vale la pena di riportare quello che può essere visto il suo takeaway, cioè i “Sei principi pratici per l’impresa”:

“I principi del rispetto per la dignità umana e il perseguimento del bene comune rappresentano le fondamenta della dottrina sociale della Chiesa. Insieme ai sei principi pratici dell’impresa, possono offrire una guida maggiormente specifica sui tre macro-obiettivi imprenditoriali.

Soddisfare le esigenze del mondo attraverso la creazione e lo sviluppo di beni e servizi

a. Le imprese che producono beni veri e servizi utili offrono un apporto al bene comune.

b. Le imprese offrono solidarietà ai poveri ponendo attenzione alle opportunità di servire le popolazioni svantaggiate e trascurate e i bisognosi.

Organizzare lavoro positivo e produttivo

c. Le imprese contribuiscono alla comunità promuovendo la speciale dignità del lavoro dell’uomo. d. Le imprese, attraverso la sussidiarietà, offrono opportunità ai loro dipendenti di esercitare un’autorità adeguata allo scopo di contribuire alla missione dell’organizzazione.

Creare ricchezza sostenibile e distribuirla equamente

e. Le imprese sono responsabili della buona gestione delle risorse – capitale, manodopera, ambiente – che sono state loro affidate.

f. Alle imprese spetta assegnare con equità le risorse a tutti gli interlocutori: collaboratori, clienti, investitori, fornitori e comunità.”

Si tratta di afferrnazioni le quali possono suscitare un animato dibattito che varca i confini credenti/non credenti, non solo sui contenuti espressi nei principi, ma anche, ove questi vengano condivisi, su come la loro implementazione nella vita delle imprese possa avere luogo.

In ogni caso, il cultore di economia aziendale non può che vedere favorevolmente, anche in quanto espressione di riconoscimento dell’importanza della disciplina, il fatto che il dibattito sui fini dell’impresa si arricchisca della presenza di una voce significativa.

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