L’Europa oggi rischia la marginalitĂ , deve ripartire dall’industria

Tagliavini 20 luglio, 2012 0 comments

Avrebbe meritato uno spazio piĂą ampio sui giornali e nei dibattiti pubblici il documento “L’industria manifatturiera europea nella concorrenza globale: il rischio di tornare indietro” redatto e presentato congiuntamente dal presidente di Confindustria Giorgio Squinzi e da Hans-Peter Keitel presidente della Bid, la confederazione degli industriali tedeschi e consegnato, un paio di settimane fa, ai capi di Governo d’Italia e Germania.

In molti settori l’industria italiana e quella tedesca competono alla pari. I tedeschi conoscono bene il valore del nostro tessuto produttivo. Spesso e neanche velatamente, temono i competitors italiani. Germania ed Italia sono le due principali potenze manifatturiere d’Europa. Per questo il documento è nato tra due confederazioni aventi pari dignità, con reciproca stima. Alla base di questo documento vi è la comune forza industriale ed anche un ritorno all’orgoglio della manifattura: “il settore manifatturiero rappresenta la forza che ha distinto l’Europa rispetto al resto del mondo(…). Un settore innovativo è strettamente associato alle fondamenta di un’economia sostenibile e competitiva a livello globale”.

 Ma dal documento emergono anche le gravi preoccupazioni su ciò che sta succedendo in Europa. La crisi finanziaria, aggravatasi a causa dell’incerta (ed incauta) gestione delle soluzioni per i debiti d’area euro, sta minando, in misura sempre più evidente, le prospettive economiche dei Paesi dell’area stessa. Il rallentamento economico sta colpendo non solo l’Europa mediterranea ma inizia a sentirsi anche in Germania (l’aveva anticipato mesi fa l’economista Lucrezia Reichlin, ospite in un convegno a Parma). Gli industriali tedeschi cominciano a mostrarsi preoccupati.

E’ sempre più evidente che i problemi dell’Area Euro non sono solo di natura finanziaria. La competizione economica mondiale avanza ad altissima velocità, soprattutto in Oriente. Il Sud Est dell’Asia si sta sempre più integrando in una enorme piattaforma produttiva. Immaginate un grande aeroporto con tanti voli in arrivo e in partenza: la Cina è il grande hub di queste reti produttive globali. La supply chain asiatica è sempre più integrata, si pensi alle ripercussioni successive al terremoto del nord del Giappone di circa un anno fa, con i disastri causati in particolare nella zona di Fukushima: il blocco della produzione di alcune aziende giapponesi provocò ritardi in numerosissime aziende sparse tra Cina, Corea, Taiwan, Vietnam, Indonesia. E’ la riprova della importanza della grande “rete produttiva” venutasi a creare nell’ultimo decennio, che si estende per nell’Estremo Oriente. Ogni azienda si specializza in una parte del prodotto finale: velocità di produzione, tempi di consegna e qualità del prodotto divengono estremamente competitivi.

Si consideri il caso dell’iPhone dell’Apple: è risaputo che viene assemblato in Cina, che i suoi componenti vengono prodotti da varie aziende, tra cui dalla Toshiba e dalla Murata in Giappone, dalla coreana Samsung, dalle tedesche Infineon e Dialog, dalle statunitensi Cirrus Logic e Broadcom, ecc. e  che vengono utilizzati materiali rari dall’Africa e dall’Asia. Ma potrebbe essere assemblato in California o in Europa? Assolutamente no. Fu lo stesso Obama a chiedere a Steve Jobs perché non riportare le produzioni in casa, perché non produrre “made in Usa”. Ma le strette interconessioni delle varie aziende asiatiche, le catene di approviggionamento, l’elevata capacità di flessibilità (“speed and flexibility”), la qualità e il know-how tecnologico, rendono nettamente preferibile l’hub cinese e il contesto produttivo asiatico.

Le sfide della competitivitĂ  globale riguardano sempre piĂą America ed Asia: grandi cambiamenti si stanno verificando nel sistema produttivo, è in atto un profonda riconfigurazione della value chain. Vi è il pericolo di una nuova marginalitĂ  europea e nel documento congiunto Confindustria-Bid viene paventato questo rischio: si “ridurrĂ  l’influenza dell’Europa sullo scenario globale”. Di fronte alle serie difficoltĂ  dell’Unione europea o addirittura di fronte ad una disgregazione dell’euro occorre ribadire che nessun paese europeo – neanche la virtuosa Germania – può competere da solo contro i giganti asiatici e gli Stati Uniti: “i confini nazionali hanno perso valore e le catene del valore nella Ue si sono estese oltre i confini delle economie nazionali (…) per questo motivo nessun paese è in grado di aver successo nel lungo termine se l’Europa è in difficoltà” affermano perentoriamente la Confindustria e la Bid.

Da queste evidenza, da questa consapevolezza, discende che c’è una “necessità economica” che dovrebbe sorreggere l’euro e far procedere le Autorità europee ad un suo rafforzamento. Necessità che diventa priorità strategica: l’industria deve essere posta al centro della strategia di crescita europea. Il mondo imprenditoriale che vive la competizione globale ed ha una visione di lungo periodo riconosce questa necessità, è consapevole di questa priorità. Al contrario gli egoismi nazionali, gli interessi di breve termine della politica europea (concentrata solo sull’orizzonte delle prossime vicine elezioni, come in Germania), la “veduta corta” di cui parlava Tommaso Padoa Schioppa, frenano ed ostacolano quel “salto di qualità” dell’agenda europea e  rischiano di non far comprendere le sfide della competizione globale e di non fornire adeguate e tempestive risposte.

Giovanni Fracasso,  Gazzetta di Parma

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