Intervista a Alessia Contu

8 febbraio, 2013 0 comments

Di Donatella Depperu - donatella.depperu@unicatt.it

 

ALESSIA CONTU - Associate Professor of Organization Studies presso l’Università di Warwick

Come si caratterizza il sistema di valutazione della ricerca nel Regno Unito?

Nel Regno Unito la valutazione si basa sul cosiddetto Research Excellence Framework, REF, che è un sistema complesso di valutazione attraverso il quale i consigli nazionali dei diversi paesi del Regno Unito (Inghilterra, Scozia, Irlanda del Nord e Galles) regolano l’assegnazione selettiva di risorse finanziare per la ricerca alle diverse università. Il ciclo del REF finisce a Dicembre del 2014 per i fondi dal 2015-16 in poi.

Fondamentalmente il REF tenta di offrire una razionalità chiara e trasparente per la distribuzione dei fondi aumentando cosi la giustificazione sugli investimenti pubblici sulla ricerca universitaria e la responsabilità sugli stessi producendo dei dati sui benefici che questi determinano. Un ultimo obiettivo del REF  è di dare delle informazioni, che secondo criteri specifici (i.e. originalità, significato e rigore), permettono una mappatura e differenziazione precisa della qualità di tutte le università del Regno Unito facilitando l’identificazione dell’eccellenza. I gradi di qualità sono: 4 stelle, il grado più alto, che indica un profilo complessivo di ricerca che è riconosciuta per originalità, significato e rigore tra i leaders mondiali; 3 che denota eccellenza internazionale; 2 che indica una qualità riconosciuta  a livello internazionale; 1 qualità riconosciuta, ma solo a livello nazionale. I non classificati sono o sotto gli standard or non sono valutabili secondo i criteri pubblicati. 

Per raggiungere questa identificazione del profilo finale di qualità i comitati di esperti valutano i dati presentati da ogni università (divisi per unita di ricerca) su tre aree usando gli stessi gradi e criteri indicati sopra che  ogni comitato specifica poi pubblicamente. Il comitato numero 19, che è quello per il Business and Management, ha indicato che:

Per l’area di prodotti/risultati ( che pesa per il 65% del profilo finale) non farà alcuna differenza sulle forme dei prodotti di ricerca presentati che verranno tutti valutati per l’eccellenza che questi presentano o no. Per cui libri, articoli, artefatti digitali e persino conference papers possono essere inclusi. Inoltre, il comitato stabilisce che il sistema di valutazione è tra pari e si basa su un giudizio professionale della qualità, perciò non verrano utilizzati in alcun modo liste che classificano le riviste di Business e Management o il numero di citazioni, o i fattori di impatto delle riviste di pubblicazione.

L’area dell’impatto conta per il 20% del profilo di qualità finale ed è stata una innovazione rispetto al sistema di valutazione precedente (i.e. RAE, Research Assessment Exercise, condotta dal 2001 fino all’ultima del 2008). Con questa si considera l’impatto a tutti i livelli (sociale, politico, economico, culturale e ambientale) della ricerca condotta presentato con dei case studies.

L’area dell’ambiente (15%) valuta la sostenibilità e vitalità della ricerca condotta ed è rappresentato in vari modi, dagli studenti di dottorato, dalla coerenza e supporto per strategie di ricerca chiara, dal profilo e esperienza dei ricercatori reclutati e della loro formazione e sviluppo.

Quale valutazione si può dare del sistema? Quali comportamenti ha favorito e quali ha scoraggiato?

Considerando il nuovo e il vecchio sistema direi che la valutazione di insieme è mista.

Alcuni elementi positivi ci sono se si guarda alla ‘lettera’ del REF, cioè a ciò che il comitato del Business e Management ha scritto e pubblicato sulla valutazione che segue le linee guida. Si accetta che la valutazione si basi sulla responsabilità e il giudizio professionale di colleghi esperti di riconosciuta esperienza e spessore. Si rigetta l’uso di matrici che appaiono semplificare e illuminare ma in realtà oscurano la possibilità di attuare una reale valutazione della qualità. Si evidenzia il pluralismo e l’eterodossia sia nelle forme, sia nelle collaborazioni tra ricercatori, sia nell’interdisciplinarietà della ricerca attuale, sia riferito al significato di impatto e a tutto ciò che supporta in senso lato la ricerca eccellente: strutture, relazioni e persone.

I forti elementi di dubbio sono legati al corollario di iniziative, comportamenti e strategie nato intorno  al RAE, e adesso al REF, e il modo in cui gli elementi chiave della valutazione sono stati compresi e poi agiti, con delle conseguenze spesso impreviste e decisamente negative per la ricerca in particolare e per l’università pubblica in generale. I segnali negativi sono tanti per cui mi limito ai più ovvi: l’unico prodotto che è oggi accettabile e desiderabile in accademia, soprattutto nelle Business Schools, sono gli articoli nelle riviste. Alcune scuole ufficiosamente identificano i libri o i capitoli in libri editi da autori vari come prodotti non standard. Scrivere un libro non solo non è più desiderabile ma letteralmente è fuori da ogni criterio. Questo e altro hanno generato il “publish or perish” dictum, se uno non pubblica, muore. Il problema per i ricercatori non è che uno deve pubblicare per non morire. Sotto molti punti di vista pubblicare in senso lato vuol dire vivere. Per noi ricercatori pubblicare è uno dei veicoli attraverso il quale rendiamo pubbliche e socializziamo le nostre idee, interveniamo nei dibattiti, generiamo conoscenza. Questo non è un problema per nessun ricercatore degno di questo nome. Il problema è che qui s’intende troppo spesso che uno deve pubblicare solo in un numero ristretto di riviste che diventano d’élite. La maggior parte, guarda caso, sono quasi tutte riviste Americane, quelle legate all’ American Academy in primis che tendono, fra l’altro, a pubblicare ricerca che si nutre soprattutto di economia neo-liberale, statistica, positivismo e di teorie nate e dati empirici prodotti quasi solo ed esclusivamente negli Stati Uniti; elementi che molti ricercatori, anche americani, hanno evidenziato come problematici (e.g. Pfeffer, 2005; Ferraro et al 2005; Walsh et al, 2003).  Eppure negli ultimi anni è stato un fiorire di classificazioni delle riviste, una delle più significative è quella dell’ Association of Business Schools (ABS) ma anche quella del Financial Times (FT) non scherza, tutte che indicano le riviste Americane al top. Il fatto che il comitato del REF abbia chiaramente indicato che loro non useranno nessuna classificazione nel valutare la qualità degli output non ha cambiato assolutamente niente. Ogni Rettore o Direttore di facoltà adotta l’una all’altra, o magari si crea la propria, o magari ancora si fa guidare da scelte prettamente idiosincratiche dove un  4 stelle, anche se è un 4 stelle nell’ ABS magari non è poi cosi 4 stelle…

Come hanno reagito le Università e le business school?

Hanno reagito ma spesso non proprio bene. Certo ci sono dei gradi diversi. Alcuni deans con piacere malcelato dicono che loro non devono partecipare alla corsa come altre Scuole; che possono seguire la loro strategia e i loro ricercatori possono fare il loro lavoro in pace. Ma sono pochi e solo per via di condizioni molto particolari. Per il resto sono tutti lì a massimizzare i risultati in ogni area e valutare possibili risultati usando consulenti esterni, matrici costruite ad hoc e cosi via.

Purtroppo ci sono molti fenomeni preoccupanti che abbiamo intravisto durante la corsa per l’RAE del 2008, esempi riguardano sia il reclutamento e la selezione, sia la gestione interna delle risorse umane (cioe’ noi ricercatori).  Per cui si  può immaginare una marginalizzazione di colleghi che  non abbiano il numero e tipo di pubblicazioni a 4 stelle. Si possono anche immaginare delle irrazionalità allarmanti date da una progressiva individualizzazione e mercificazione del lavoro accademico che diventa cosi tanto esagerata per cui si potrebbe arrivare a non assumere più ricercatori con una storia e delle sinergie di ricerca con quelli esistenti in loco. Ma ad assumere, invece, numero di pubblicazioni a 4 stelle (qualunque sia la classificazione usata), e pace a quello che in inglese si chiama ‘fit’. Chiamo questo scenario irrazionale perché Ambiente e Impatto sono delle aree che contano solo il 35% , ma contano. Sicuramente queste sono incluse anche per limitare l’emergere di una versione semplificata e irrealistica della gestione delle Business Schools basata sul comprare CV con tante pubblicazioni 4 stelle a prescindere da tutto, fit per primo ma anche, altro fenomeno interessante, un discernimento sul numero di autori e apporto specifico di ognuno allo scritto; esperienza e valore nell’insegnamento, leadership e contributo effettive alla comunità scientifica, etc. La ricerca eccellente si favorisce in molti modi e uno sguardo ristretto basato solo su matrici ad hoc che classificano le pubblicazioni non sarebbe una mossa lungimirante. Vedremo se questi scenari si materializzeranno visto che ormai il REF è alle porte.

Quali sono le questioni attualmente più rilevanti e in discussione  in tema di ricerca nel Regno Unito?

Be per vedere dove si va in termini di ricerca uno può considerare il supporto e finanziamento ai dottorandi. Attualmente l’ESRC (Economic and Social Research Council)  elargisce i fondi attraverso i DTCs, Doctoral Training Centres, ce ne sono 21 in tutta la Gran Bretagna. Un dato interessante è che questi mettono tutti i dottorandi insieme. Questo è importante per i dottorandi di business e management che cosi si trovano a contatto con dottorandi e accademici provenienti da tutte le scienze sociali per cui incontrano altre visioni, interessi e metodi e possono cosi avere una formazione dal respiro più ampio e che favorisce l’interdisciplinarietà.

Molte università tendono a selezionare e investire in aree generali che si accorpano attorno a problemi  complessi e di larga portata che richiedono uno sforzo collettivo e multidisciplinare. Per esempio la mia università  ha 9 priorità di programmi globali che includono tra gli altri: sviluppo internazionale, tecnologia e scienza per la salute, cambiamento digitale, energie rinnovabili e global food security.

Quanta apertura e quanto interesse c’è nei confronti di attività di ricerca da realizzare con partner esteri (ad esempio con gli Italiani)?

Direi che in generale le università britanniche sono molto disponibili a costruire relazioni di partnerships sia con l’industria e il terziario sia in particolar modo con altre università sparse per il mondo. Alcune di queste partnerships permettono di raggiungere nuovi ‘mercati’ per cosi dire. Molte partnerships sono legate a collaborazioni di ricerca, a scambi di conoscenza e skills, a progetti di ricerca comuni. Spesso ci sono dei fondi interni che facilitano la costruzione di queste partnerships per cui le collaborazioni internazionali sono viste come un investimento essenziale per favorire l’eccellenza. 

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